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- A Berlino con mia figlia, 12-17 giugno 2008- I MONUMENTI DELL’ANIMA (di Alda M.)
Ancora una volta è Miriam, a decidere la nostra meta. Il mio interesse verso Berlino, ahimè lo confesso, è stato all’inizio subordinato al piacere di condividere un’esperienza con mia figlia, che ha sedici anni e presto mi snobberà per viaggiare con gli amici. Così è iniziata la ricerca di una socia Servas che, ospitandoci, potesse aiutarci a scoprire il volto nascosto della città. Condizione indispensabile, che almeno parlasse un po’ l’italiano dal momento che il nostro inglese è, a dir…molto “scolastico”. La fortuna ci ha arriso, Brigitte è stata un’ospite accogliente e discreta, con la capacità di metterti a proprio agio con semplicità. Un volto nordico dai tratti regolari e un po’ severi ma nel cuore, insieme alle meraviglie di Berlino, mi porterò la luce calda dei suoi occhi quando con prontezza ha aiutato un disabile a scendere dall’autobus o ha attaccato discorso “alla napoletana” con un gruppo di adolescenti in gita. Un segno che chi lavora nel sociale, come Brigitte appunto, ha lo stesso imprinting in qualunque luogo del mondo. La città è stata una vera sorpresa. Intanto gli spazi: Berlino, mi faceva notare Brigitte, si sviluppa su un asse di settanta km. Nord-Sud, settanta Est-Ovest per tre milioni e mezzo di abitanti e infatti la sensazione che se ne ricava viaggiando sugli autobus è quella di rettilinei…a perdita d’occhio. Soprattutto non si può fare a meno di ammirare la capacità tedesca di restituire un volto unico ad una città martoriata, e questo in venti anni. Non riesco a non pensare al mio quartiere, Bagnoli, e agli spazi dell’Italsider, un’eterna bonifica incompiuta che si trascina da un analogo numero di anni…con le riflessioni che ne conseguono!! Ci sono luoghi da cui si torna a casa più ricchi e questo vale senz’altro per Berlino. Ho riportato a Napoli una sensazione nuova e mi ci è voluto un po’ di tempo per metterla a fuoco, poi ho capito che per la prima volta avevo fruito dell’arte in maniera diversa. L’architettura moderna o almeno un certo tipo, quella che è rappresentata qui e che è una vera e propria vetrina dei più geniali architetti del mondo, ti fa diventare parte di essa, ci entri con il corpo e i sensi in un viaggio diverso, che ti rende protagonista e attraverso le sensazioni che ne ricevi inizi un altro percorso, più intimo. Un buon esempio è la cupola del Bundestag ( progettata da Foster). All’esterno non ti capaciti del perché ci sia tanta fila, pensi al panorama non ad altro. Poi ti ritrovi lassù e la sorpresa è grande: un cono capovolto al centro della cupola, di acciaio e specchi. Tutto si riflette, lo spazio è annullato, hai una sensazione di leggerezza ma percepisci la forza della struttura. Continui a salire ellitticamente verso la sommità che, come un pantheon moderno, ha un buco al centro, azzurro. Sei arrivato e trovi riposo sulla panca di legno, l’attimo successivo sei già sdraiato: il cielo è un regalo per te, un pezzetto da portarti nel cuore. E se qualcuno si chiedesse…e quando piove ? Niente paura, l’aria calda che fuoriesce dal buco impedisce all’acqua di entrare! Un’altra tappa significativa è il monumento all’olocausto ( Holocaust Mahnmal di P.Einsenmann) nei pressi della Porta di Brandeburgo. Uno spazio grande quanto un campo di calcio, animato da parallelepipedi di cemento, 2711, di diverse altezze ad uguale distanza. La guida che consulti tra le mani invita ad inoltrarti: è una scelta che ti apre orizzonti sconosciuti, lasciati alla memoria collettiva. Già dai primi passi ti rendi conto che qualcosa è cambiato, il labirinto ti disorienta e il gioco dei dossi del terreno, che dall’esterno non si nota, acuisce lo smarrimento nel trovarti solo, stretto tra alti muri grigi. Svolti, risvolti, ti perdi, non ci sono certezze e non ci sono appigli, tutto è squadrato, chiuso, come quando perdi la fantasia, la speranza. E’ questo che intendo quando mi riferisco ai monumenti…dell’anima. Non abbiamo altro criterio che una lettura interattiva, un’esplorazione che parte dall’emozione del moto. E allora non posso non parlare del Judisches Museum, progettato da Daniel Libeskind. “Il museo ripercorre 2000 anni di storia ebraica in Germania e descrive i contributi della comunità nell’ambito della cultura, dell’arte, delle scienze e della società in genere. Le sue 14 sezioni coprono tutti i principali periodi storici dell’epoca romana per finire con il riemergere della comunità ebraica in Germania”. L ‘ edificio in sé è una metafora della storia tormentata del popolo ebraico. Le pareti di zinco non hanno finestre ma linee tracciate come da una matita. Sottili, a spaccare la superficie lucida, oblique, irregolari, a voler dare un’interpretazione astratta di una stella. Non c’è porta ma l’ingresso è da un edificio adiacente e subito il livello del piano si abbassa portando a tre passaggi che si intersecano, ciascuno dei quali rappresenta un’asse. L’asse dell’esilio, l’olocausto, della continuità. Solo quest’ultimo, attraverso un percorso in salita, porta al museo vero e proprio. I primi due ti conducono a spazi “vuoti”, contenitori dell’orrore del mondo. La “Torre dell’Olocausto”, buia, opprimente come in fondo a un pozzo a simboleggiare la perdita di umanità, di cultura, di vita; l’altro è un vero e proprio spazio della memoria, uno spaccato triangolare che si perde, acuto, disseminato da ottomila formette di ghisa. Un cimitero di volti, essenziali nella forma :occhi, naso, bocca con espressioni diverse, che urla il dolore, l’assenza, la malvagità. Berlino parla, a chi ha occhi e cuore, i contrasti sono il suo fascino, la sua ricchezza. Una città che guarda al futuro ma non dimentica la sua storia e che soprattutto pone l’uomo al centro di questo viaggio. Notizia inserita il: 15-07-08 Creata da: Beatrice BOCCARDI [667]
Notizia inserita il: 31-08-08 Creata da: Antonio PRODOMO [4089]


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Responsabile sito: Andrea Careddu.
Responsabile redazionale del sito: Anna Cristina Siragusa.
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