L’articolo che state per leggere racconta del laboratorio che ho condotto sabato pomeriggio nell’ambito dell’Assemblea Nazionale di Fognano il 18 e 19 aprile di quest’anno e una parte dell’assemblea plenaria la domenica mattina. Ringrazio Filippo Cavalieri, che ha verbalizzato il laboratorio, e Anna Cristina Siragusa e Meri Ciuti, che ne hanno riferito all’assemblea e mi hanno fornito una copia ordinata del verbale stesso, che ho usato per questo scritto.
In occasione dei sessant’anni di Servas, l’associazione italiana ha pubblicato un fascicolo con due interviste a Bob Luitweiler e interviste a soci “storici”, i fondatori di Servas Italia, e a “giovani” iscritti dall’anno 2000, per fornire, come ha scritto Vito Fortezza nella Prefazione, un “significativo strumento di conoscenza e stimolo alla riflessione sulla nostra Associazione”. Chi scrive ha curato la traduzione dall’inglese, la pubblicazione delle interviste italiane e la stampa del fascicolo. Seishiro Tomioka, attivista pacifista viaggiatore di Servas Giappone, e suo figlio Jay, artista e fotografo, hanno incontrato Bob Luitweiler a maggio 2007, nell’ambito di un progetto di documentazione più ampio su Servas. In precedenza le interviste erano state pubblicate solo in formato video su YouTube. Io le ho trascritte per la prima volta “sotto dettatura”, le ho tradotte e ho aggiunto qualche nota per chiarire i riferimenti dell’intervistato. La prima intervista è centrata sugli anni di formazione di Bob e la fondazione di Servas; la seconda sulla sua evoluzione nei decenni successivi, i suoi problemi oggi e come risolverli. Il titoli dei brani, "Università vagabonda", "Vado in prigione invece che in guerra", "Le parole- chiave di Servas, l’inizio- pianto i primi semi", "Una luce nel buio", riassumono bene la filosofia di vita del fondatore, che sottolinea sempre come sia importante il lavoro “sul campo”, conoscere la gente e imparare in modo diretto. Le interviste ai soci italiani sono state raccolte da Roberto Alberini con un questionario che egli ha formulato e spedito.
Ho aperto il laboratorio con una presentazione della pubblicazione, mentre Roberto Alberini ha parlato delle risposte ricevute al suo questionario. Ho introdotto le tematiche partendo da parole e concetti ricorrenti nell’intervista al fondatore: comunità, sistema, conflitto, pace, pacifismo, alternativa. Ho collegato la visione di Luitweiler con le visioni ed esperienze dei soci “storici” italiani a partire dal racconto di Piero Stoppani, quello che mi ha colpito ed emozionato più di tutti. Negli stessi anni in cui Bob Luitweiler era prigioniero nel suo stesso paese, il giovane Stoppani, sottotenente paracadutista della divisione Folgore, era prigioniero di guerra in Egitto, “[…] dietro il reticolato pur a guerra finita. Nell’agosto del 1945 scrissi a matita su foglietti la mia offerta di ospitalità per il futuro: li distribuii ai miei compagni dell’affollata ‘gabbia’ e a sottufficiali britannici e australiani di custodia. L’autorità militare britannica del campo mi inflisse una punizione di dieci giorni in cella d’isolamento a pane e acqua”. Un altro socio storico, la cui bella video intervista è stata parzialmente trascritta e riprodotta nel fascicolo, è Paolo Pini, che ha anche partecipato al laboratorio.
Per il lavoro sui testi ho diviso i partecipanti, più dei venti previsti, in cinque gruppi, ognuno dei quali ha lavorato su una parte del fascicolo, in modo da sfruttare al massimo le due ore a nostra disposizione. Due gruppi hanno lavorato sull’intervista a Bob, due sulle testimonianze degli “storici” e uno si è occupato dei racconti dei “giovani”. Ogni gruppo ha evidenziato un aspetto o l’altro del discorso di Bob Luitweiler o della narrazione dei soci italiani, ma la discussione ha travalicato l’appartenenza a un gruppo per diventare appassionata e generale. Un partecipante al primo gruppo ha evidenziato come l’origine quacchera di Bob abbia favorito e incoraggiato il suo pacifismo, l’idea di tolleranza e di accettazione della diversità. Aggiungo che quella quacchera è una tendenza religiosa peculiare. La Società Religiosa degli Amici, i cui aderenti sono conosciuti brevemente col nome di quaccheri, nata in Inghilterra nel XVII secolo, crede in Cristo più che nella Bibbia, non ha una struttura gerarchica, è fondata sull’egualitarismo e su una vita improntata a semplicità. Trovo particolarmente interessante la concezione della luce interiore, la rivelazione del proprio dio interiore alla quale ciascuno può pervenire attraverso il lavoro sulla propria coscienza personale. Concezione, questa, che i quaccheri hanno in comune con certe tendenze dell’induismo e del buddismo in particolare, al punto che una parte degli amici ritiene che nel quaccherismo si possano comprendere anche religioni non cristiane. A mio parere, proprio il fatto che il quaccherismo si configuri quasi come una non- religione, permette, e ha permesso a Bob Luitweiler, realmente di essere accettato e di accettare gli “altri” senza alcun pre- giudizio. In "Università vagabonda" egli così racconta il suo incontro con quel mondo: “[…] mio padre una volta mi ha portato a un meeting di quaccheri, lui era quacchero. Io rimasi così impressionato dallo spirito di quella gente che quando dissi loro che ero ateo e mi risposero «non importa, sei benvenuto lo stesso», questo mi entusiasmò veramente […] e questo mi diede la visione di un modo diverso di pensare, che veramente mi fece partire”. Da questo discendono molte conseguenze: Servas, qualcuno dei presenti dice, deve significare non solo accoglienza ma anche solidarietà. I valori Servas debbono favorire l’incontro delle culture.
Mi ha fatto piacere constatare come i partecipanti siano stati colpiti da un altro aspetto dell’atteggiamento di Bob Luitweiler, che riusciva a trovare del buono anche in eventi apparentemente negativi. In "Vado in prigione invece che in guerra" Bob parla con grande ironia degli anni passati in prigione perché obiettore di coscienza. “Ma, sai- racconta all’intervistatore- fu una grande esperienza, e quando ripenso alla mia vita passata, ogni evento si rivela come qualcosa di costruttivo. Essere buttato fuori di casa mi mise sulla strada, e la dislessia mi liberò dal laccio dell’università, e poi l’arresto mi mise nella situazione di dire alla gente «il governo mi ha inserito in un corso tutto spesato di criminologia, col mio soggetto di studio nel letto accanto al mio» e io ho imparato moltissimo da loro”. Io lo trovo un ottimo esempio di anti- retorica del vincente/ perdente di moda oggi e condivido l’atteggiamento che vede in ogni esperienza un’occasione di conoscenza; chi pensa così non è un perdente, ma uno che ha imparato più degli altri. E così, quando in Danimarca inventa l’idea della lista di ospiti “per gente da altri paesi che viene qua per imparare il cambiamento e il miglioramento sociale”, agli amici danesi che lo chiamano “sognatore” e “visionario”, Bob Luitweiler può opporre di conoscere qualcosa che loro ignoravano: il movimento pacifista “dentro e fuori”, compresi tutti i loro dirigenti in ogni paese scandinavo, il contesto quacchero ovunque e il movimento per il servizio civile internazionale (Le parole- chiave di Servas, l’inizio- pianto i primi semi), oltre all’esperienza acquisita sul campo durante i vagabondaggi americani da New York alla Florida lavorando in fabbrica, nelle comunità agricole e fra gli operai stagionali (Università vagabonda).
La caratteristica fondamentale di Servas, che Bob Luitweiler ricorda più volte nei diversi brani, e i partecipanti al laboratorio colgono avanzando anche una serie di proposte, riguarda il suo non essere un programma di ospitalità, “bensì un programma di lavoro- studio- viaggio, che è fondamentalmente diverso, e […] le persone che viaggiavano con noi erano fondamentalmente diverse” (Vado in prigione invece che in guerra). Servas è diventata sempre più un programma di ospitalità low cost “per cittadini benestanti di classe media e se ne è quasi sempre dimenticato il presupposto, quello di essere un programma per studiare come costruire un mondo di pace” (Una luce nel buio, ma il concetto è espresso più di una volta in tutti i brani). Allora è evidente che dichiararsi contro la guerra e costruire la pace sono cose diverse. Servas significa “gruppi per costruire la pace”, “studiare le cause dei conflitti”, “gruppi di costruttori di pace”, ad esempio nei “campus universitari […] dove gli studenti si ritrovano e lavorano a problemi come l’ambiente, le relazioni razziali”: vi rimando a "Una luce nel buio", che è dedicata in particolare a questi argomenti. Come realizzare questi suggerimenti? Una socia propone incontri periodici con altre organizzazioni che si occupano di problemi ambientali, di commercio equo e solidale, ecc. Proposte, io credo, che vanno nella direzione indicata più volte da Bob Luitweiler: egli sottolinea come l’idea di pace non possa essere separata da quella di sistema, all’interno del quale il conflitto si genera. Risolvere i conflitti significa lavorare al cambiamento del sistema, cambiarlo dall’interno, perché “la società è trasformata dalla gente che costruisce una comunità alternativa nelle crepe della vecchia”, uscire dalle “gabbie etniche” nelle quali gli individui crescono (Una luce nel buio).
Qualcuno propone la partecipazione di Servas a manifestazioni pacifiste, ma le posizioni della generalità dei soci sono diverse. Alcuni vedono con favore la partecipazione di Servas con propri contrassegni e una propria visibilità. Altri preferiscono una partecipazione solo a titolo individuale. Io non so quanti condividano una posizione o l’altra, ma io ritengo che la partecipazione dovrebbe essere Servas; c’è chi considera semplicemente inutile andare a questo tipo di manifestazioni; per me invece è importante, perché è un atto che dice al mondo che ci siamo, e vedete quante persone queste idee riescono a mettere insieme. Infine, a partire dall’opinione di Bob Luitweiler che oggi “forse possiamo dare vita a un altro ramo di Servas e fare una politica diversa”, qualcuno propone che ogni gruppo Servas sviluppi “idee diverse”. A mio parere il S.Y.L.E. (Esperienza Linguistica Giovani Servas, il progetto che permette a giovani fra i diciotto e i trent’anni di fare un’esperienza culturale ospitati da un gruppo di famiglie per una settimana ciascuna) e l’"Intelligent Road Map" (il censimento delle associazioni ambientaliste, per la promozione delle comunità locali, di solidarietà e non- violenza, ecc., il cui elenco si trova in una delle prime pagine della lista nazionale allo scopo di permettere ai viaggiatori Servas di entrare in contatto con esperienze affini) costituiscono due iniziative che vanno in questa direzione.
Per quanto riguarda le testimonianze dei soci “storici”, una partecipante al laboratorio si è emozionata leggendo le esperienze pioneristiche e la dinamica dello sviluppo di Servas in Italia. Ho già parlato dell’esperienza di Piero Stoppani. Ora interviene Paolo Pini, il quale pensa che i soci Servas, più che viaggiatori, dovrebbero essere ospitanti di persone di nazioni svantaggiate. Inizialmente erano i giovani del Nord Europa e delle Americhe a viaggiare. Oggi più che mai serve Servas, perché qua il fine, la conoscenza, coincide con i mezzi, il viaggio e l’incontro. Nella sua intervista, Paolo parla anche di “ricostruzione morale”, di necessità per i viaggiatori “di cercare di capire, di imparare”, “comunicare”, perché “La cosa più importante è l’amicizia, ispirare fiducia, raccogliere i messaggi senza essere prevenuti”.
La maggioranza degli intervistati lamenta l’eccesso di burocrazia di Servas oggi; alcuni lamentano le eccessive dispute; altri ancora l’assenza o la poca presenza di giovani nell’associazione: sono pochi i soci al di sotto dei trent’anni. Roberto Alberini riferisce di avere inviato una trentina di e-mail con l’invito a rispondere al questionario, ma di avere ricevuto solo le cinque risposte che compaiono nel fascicolo.
Nel gruppo che si è occupato delle interviste ai “giovani”, qualcuno fa una proposta che definisce “provocatoria” per incentivare la diffusione di Servas: parlarne nelle scuole superiori nelle ore di filosofia. Altri pensano che Servas si possa diffondere tra i giovani parlandone nelle scuole ed entrando a far parte di una rete. Un’altra proposta, infine, è quella di ospitare non solo in senso individuale, ma anche collettivo: ad esempio ospitare classi di studenti stranieri.
La modalità di diffusione più comune oggi e più apprezzata dagli intervistati è il passaparola, che oggi si serve anche del web ed è il caso di accennare alla capacità di comunicazione e visibilità di Servas in questo ambito. Qualcuno dei partecipanti al laboratorio sottolinea come, seppure in qualche punto Bob Luitweiler contrapponga campagna a città, natura a elettronica, ecc., a vantaggio della naturalità e della campagna, in "Una luce nel buio" torna più volte sull’argomento web, auspicandone, secondo me, inequivocabilmente il ricorso: “Perché ci sono altri gruppi che sono molto più avanti, sono organizzati meglio, si servono dell’informatica, che i soci tradizionalisti di Servas temono, essi stanno semplicemente spingendo Servas fuori dalla porta di servizio”. E ancora: “queste altre associazioni di viaggio sono meglio organizzate, meno burocrazia, hanno accerchiato Servas”. Allo stesso tempo Luitweiler pensava che Servas avesse perso la caratteristica che meglio la distingueva dalle semplici organizzazioni di ospitalità gratuita, quella di programma di lavoro- studio- viaggio. Dunque sembrano due i motivi che causano la perdita di soci di Servas a favore di altre associazioni, uno è sì l’uso di nuove tecnologie, di rapido accesso e fruizione; ma l’altro è la perdita di specificità di Servas. La forza di Servas è la sua filosofia di fondo (Una luce nel buio): “D’altra parte però voglio considerare la questione dal punto di vista positivo. Immagina [all’intervistatore], mi piace immaginare che Servas certamente arriverà a una grande visione lungimirante per la costruzione della pace e per riuscire a raggiungere le nuove generazioni” (dell’idea dei campus universitari e dei gruppi di costruttori di pace ho già riferito più sopra). E continua: “Fondamentalmente io credo che costruire la pace significhi studiare le cause del conflitto, non è soltanto essere d’accordo su ciò che si considera sbagliato e rifiutarsi di combattere. Significa costruire una società dove le persone si adoperano l’una per l’altra”. Le “squadre di costruttori di pace”, nella sua visione, indicano la strada per “un’educazione interculturale e un progetto per edificare qualcosa di costruttivo per la comunità”. Vi rimando ancora una volta alla lettura integrale del testo. Ma credo che durante il laboratorio ciò su cui siamo stati d’accordo è il fatto che ognuno di noi, proprio in quanto ospitante e viaggiatore, sia testimone in prima persona di questo atteggiamento di accoglienza e costituisca un esempio di vita.
La mattina di domenica, in assemblea plenaria, sono stata invitata a presentare uno dei video. Ho scelto "Vado in prigione invece che in guerra" perché è il testo che mi ha colpito di più per la grande vivacità e ironia (non che queste manchino negli altri brani, eh!) con cui, in dieci minuti, Bob Luitweiler racconta la storia di una delle sue più importanti esperienze di vita. Imparare “sulla strada”, sperimentare in prima persona il lavoro- studio- viaggio, fare conoscenza con le persone del luogo e condividerne la vita, accettare di andare in prigione per coerenza con la propria visione, non un renitente alla leva, ma sostenuto da una forte ideologia di azione non-violenta. La prigione stessa come esperienza fondamentale, perché “quando ripenso alla mia vita passata, ogni evento si rivela come qualcosa di costruttivo. Essere buttato fuori di casa mi mise sulla strada, e la dislessia mi liberò dal laccio dell’università, e poi l’arresto mi mise nella situazione di dire alla gente «il governo mi ha inserito in un corso tutto spesato di criminologia, col mio soggetto di studio nel letto accanto al mio» e io ho imparato moltissimo da loro”. E poi il ricordo degli anni in cui visitava “comunità sperimentali”, il lavoro con gli stagionali in Florida, questo era il suo “mondo reale”, un mondo che con lo sguardo della mia immaginazione vedo attraverso scene di film americani degli anni ’30, ’40, che quella gente e quei vagabondaggi raccontano…
Da questo momento in poi Anna Cristina Siragusa e Meri Ciuti conducono l’Assemblea, raccontando dell’attività e degli interventi nel laboratorio del giorno precedente e coordinando gli interventi. Essi riguardano in particolare la capacità di Servas di attirare le giovani generazioni, la partecipazione alle manifestazioni per la pace, specie quelle più politicamente caratterizzate, e il burocratismo dell’associazione. Quanto ai nuovi ingressi in Servas, giovani o meno, qualcuno dice non importa, non è il numero che conta, l’importante è che le persone siano consapevoli che non entrano a far parte di una semplice associazione di ospitalità, è importante che siano partecipi delle nostre idealità. Un altro osserva, ci lamentiamo del fatto che mancano giovani, mancano giovani… ma ci siamo mai chiesti in quale situazione si trovino oggi? Precari nel lavoro, con altri problemi urgenti; magari si iscrivono, ma non hanno troppo tempo per la vita sociale Servas. Sulla partecipazione alle manifestazioni per la pace, le posizioni sono come al solito due, individuale o di gruppo e ben riconoscibili dietro lo striscione Servas. Beh, io condivido il parere del socio o socia che dice “io ci vado individualmente alle manifestazioni, con altri gruppi, e un po’ mi vergogno se qualcuno mi chiede come mai un’associazione per la pace non c’è con nome e cognome”. E infine il burocratismo. Un socio osserva che fin quando Servas contava cento soci non doveva essere complicato tenerla insieme. Ora che ne ha duemila solo in Italia è “necessaria una manutenzione”. Allora dobbiamo discutere questo aspetto della vita dell’associazione e una proposta riguarda l’apertura di un blog dove far confluire i suggerimenti. Ugualmente, una socia suggerisce, bisognerebbe discutere a proposito dei rimborsi spese, controllare i costi per chi va all’estero e vedere se ci sono modi alternativi per avallare la lettera di viaggio e usare il resto per progetti costruttivi… E qua l’assemblea non è finita, ma io devo scappare a prendere il treno per Firenze.
Arrivederci :)
Beatrice Boccardi, maggio 2009
Notizia inserita il: 29-05-09 Creata da: Beatrice BOCCARDI [667]
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