Viareggio- 5 Ottobre 2004
Cari amici,
sono in partenza per la Palestina, dove parteciperò alla “Campagna per la raccolta delle olive”, promossa dall’Intenational Solidarity Movement (ISM).
Vi scrivo questa e-mail per rendervi partecipi di questa mia iniziativa ed anche per chiedervi di sostenermi qualora dovessi avere delle difficoltà, prima fra tutte quella di riuscire ad entrare in Israele senza essere respinta all’aeroporto, come è già successo a molti pacifisti.
La Campagna prevede l’accompagnamento dei contadini per consentire loro l’accesso ai loro oliveti, accesso che è pesantemente contrastato dall’esercito israeliano e dai coloni. La raccolta delle olive svolge un ruolo molto importante nella disastrata economia palestinese, essendo uno dei pochi mezzi di sostentamento rimasti; al tempo stesso ha anche un valore simbolico molto forte di legame alla terra ed alle tradizioni, ma anche di rivendicazione del diritto alla sopravvivenza ed alla propria terra, soprattutto ora che la costruzione del Muro ha ulteriormente aggravato la situazione, confiscando terre ed impedendo l’accesso ai legittimi proprietari.
Il nostro privilegio di essere internazionali ci conferisce il vantaggio di essere un minimo più protetti e quindi ci dà la possibilità, con la nostra presenza, di contribuire a ridurre la violenza cui la popolazione palestinese è sottoposta quotidianamente; inoltre, essere lì come testimoni, ci consente di denunciare all’opinione pubblica la brutalità dell’occupazione.
L’altro fatto rilevante è che l’ISM mette in atto iniziative pacifiche, utilizzando il metodo dell’azione diretta nonviolenta, per opporsi all’occupazione israeliana: credo che questo sia molto importante, perché rafforza ed incoraggia la partecipazione popolare a forme di resistenza pacifica quale alternativa alla sola possibilità di farsi saltare in aria e mi sembra che questo sia l’unico modo efficace e non ipocrita di condannare il terrorismo.
La situazione in Palestina, come tutti sappiamo, si aggrava di giorno in giorno ed ogni tipo di iniziativa diventa via via più rischioso. Ci ho pensato a lungo prima di decidermi, non mi sento affatto un’eroina e vi confesso che ho un po’ paura. C’è qualcosa però che mi spinge ad andare: il fatto di sapere che c’è qualcosa che posso fare per modificare una situazione, una carta da giocare, e che dipende solo da me decidere se muovermi o stare. So che è ben poca cosa, ma credo che dal punto di vista di chi sta chiedendo aiuto sia comunque rilevante, e comunque mi peserebbe di più stare ferma a guardare. Sono sicura che capite perfettamente quello che sto dicendo e condividete l’intolleranza verso l’ingiustizia: se non cerchiamo almeno di mettere un granello nell’ingranaggio...
Spero di potervi inviare altri messaggi durante il mio soggiorno palestinese (dal 7 al 23 ottobre) per mettervi al corrente su quello che succede e su come procede l’iniziativa. Se volete rispondermi, fatelo allo stesso indirizzo da cui vi scrivo, perché è l’unico che controllerò ogni volta che mi è possibile.
Vi abbraccio tutti
Letizia
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Gerusalemme, 8 ottobre 2004-10-25
Carissimi,
come saprete sono riuscita ad entrare in Israele, anche se mi hanno fatto
un po’ di storie: quello era il primo scoglio da superrare. Mi e' rimasta
addosso per un po’ la sgradevole sensazione che ho provato per dover mentire
e fingere per tutto il viaggio con la mia vicina di aereo, sentendomi un
verme per l'impossibilita' di comunicare, spiegare il proprio punto di vista,
ascoltare, anzi evitando accuratamente ogni discorso un po' piu' profondo
e personale, per evitare di essere scoperta, sospettata, ecc. E invece ci
sarebbe tanto bisogno di parlare con questa gente.
Sentendomi come una clandestina, una che viene a fare a casa tua quel che
non dovrebbe fare. Insomma e' diverso che inventarsi frottole davanti ad
un funzionario, sapendo che lo fai per una giusta causa e che se sono loro
ad avere le chiavi di casa e decidere chi puo' e chi non puo' fare visita
ai loro vicini e' perche' stanno facendo un sopruso che ti fa solo ribollire
il sangue.
A parte queste riflessioni, tutto bene. Sto andando a Beit Sahur, vicino Betlemme,
per fare i due giorni di training, necessari per partecipare all'iniziativa
dell'ISM. Poi vi faro' sapere
Un abbraccio a tutti/e.
Letizia
Gerusalemme, 10 ottobre 2004
Un saluto velocissimo a tutti. Vi ho girato la risposta ad una delle lettere
che mi e' arrivata per mancanza di tempo, mi dispiace di non poter fare
altrimenti, ma voglio farvi sapere che mi fa molto piacere che mi scriviate
e sentirvi tutti molto vicini e partecipi.
grazie di nuovo, appena posso vi riscrivo
Abbracci e baci
Letizia
Gerusalemme, 10 ottobre 2004
Ciao, Isabella
mi fa molto piacere ricevere la tua lettera.
ho passato gli ultimi giorni vicino a Betlemme a fare un training intensivo
che ci ha informato sulla situazione, il metodo di azione diretta nonviolenta,
i rischi, ecc.
Sono in partenza per Nablus dove restero' forse per una settimana: qui l'ISM
collabora con 16 villaggi per la raccolta delle olive, praticamente accompagnando i contadini
dei villaggi che via via presentano maggiori problematicita' per l'accesso
ai campi, soprattutto da parte dei coloni.
l'ISM ha un sito www.palsolidarity.org in inglese, ma dove ci sono molte
informazioni e reports non so se quotidiani. C'e' anche la possibilita'
di iscriversi ad una mailing list molto interessante.
Riguardo ad incontri al mio ritorno, ovvio che mi fara' piacere farne quanti
piu' possibile per racontare la mia esperienza e come si vive qui quotidianamente
e dare informazioni a quanta piu' gente possibile. dunque se qualcuno mi
aiuta mi fara' molto piacere. Testimoniare e' uno degli scopi di questa
azione.
Cerchero' di scrivere da Nablus appena mi e' possibile.
Ciao, un abbraccio
Letizia
>Da Isabella, Lucca
***
>Buongiorno Letizia,
>non so bene dove tu sia ora e che ore siano, qui è mattina di venerdì 8
e ti scrivo augurandoti prima di tutto che ogni cosa stia andando per il
meglio.
Il tuo gesto mi impressiona profondamente, e mi sembrerebbe presuntuoso
dire che condivido e comprendo fino in fondo, al di là dello slancio emotivo,
quello che stai facendo, ma dal momento che ti metti in gioco in prima
persona credo che sia una delle cose più stimabili e rispettabili che ho visto
fare da un pezzo in qua. Sarà inutile raccomandarti di non correre rischi inutili.
Credo anch'io che, per poter essere capito, sostenuto, continuato, amplificato,
quello che stai facendo debba essere visibile a più gente che si può. Anche
prima che ci sia qualche emergenza. Così mi domandavo se l'azione che state
facendo con l'ISM è "cronachizzata" su qualche sito Internet, perché in
tal caso chiederei a quante più associazioni possibile di farsi avanti per
offrire di mettere un link a quel sito.
Se invece non c'è niente del genere, e tu lo ritenessi opportuno e ne avessi
la possibilità, potresti mandare tu, anche con i tuoi compagni di azione,
delle "cronache" che pure proporrei a quante più associazioni e ong possibile
di segnalare sul proprio sito. Sto pensando alle associazioni e cooperative
per il commercio equo in Toscana, al Circolo ilMattaccio, al CNV, a Lillinet,
e poi alle redazioni locali, insomma a tutto quello che si può trovare.
Se credi meglio, il tuo nome potrebbe non comparire.
Infine, quando torni, mi piacerebbe sapere se hai già programmato di fare
incontri pubblici, con te e/o i tuoi compagni di azione, per riferire l'esperienza.
Se sì, vorrei poterli propagandare; se no, a meno che il non farne sia
una scelta precisa, mi piacerebbe collaborare ad organizzarne. Credo che farebbero
bene e aprirebbero occhi e cervelli, non solo sulla realtà della vita ma
anche sulle possibilità della vita.
Un abbraccio,
Isabella B.
Nablus, 11 ottobre 2004-10-25
Ciao a tutti/e di nuovo.
Mi trovo a Nablus dove siamo circa una ventina di attivisti, alcuni nuovi
altri di lungo periodo,persone che si fermano anche per diversi mesi (avete
presente la protagonista dell 'ultimo film di Wenders?), dunque ci sono
alcuni che hanno piu' esperienza delle situazioni difficili in cui ci troviamo
ad operare ogni giorno. Da Nablus i vari gruppi di 5-6 persone hanno il
compito di coprire i villaggi (16 nel circondario) dove la raccolta e' piu'
rischiosa (la campagna si svolge anche in altre zone della Cisgiordania
come Jenin, Tulkarem ecc.). Cio' accade particolarmente quando gli oliveti
sono vicini gli insediamenti dei coloni israeliani. Ad esempio oggi eravamo
vicini al villaggio di Salem dove gli oliveti sono separati dal paese da
una "settlers road", cioe' una strada che puo' essere utilizzata solo dai
coloni: gli oliveti piu' a rischio sono quelli in vista della strada, perche'
possono essere presi di mira sia dai soldati che dai coloni. Nel primo caso
si puo' e si deve cercare di trattare , cioe' gli internazionali presenti
cercano di convincere i soldati a lasciar continuare la raccolta delle olive:
nel caso dei coloni, essendo dei fanatici religiosi molto aggressivi, convinti
che quella e' la loro terra e nessun altro ha il diritto di starci, l'unica
cosa che si puo' tentare e' una ritirata tranquilla, cercando di portare
via il raccolto della giornata. Oggi non c'e' stato nessun problema, ma
il gruppo presente ieri ha dovuto vedersela con un colono-soldato: meno
male e' finita bene. Dunque la nostra funzione qui e' soprattutto quella
di proteggere i contadini palestinesi, consentendogli di portare a termine
il loro lavoro indenni, anche se aiutarli a raccogliere le olive, come abbiamo
fatto oggi, puo' comunque contribuire a questa causa perche' accorcia i
tempi della raccolta.
La cosa che voglio segnalarvi di oggi e' che sono venuti anche degli attivisti
israeliani ad aiutarci e la loro presenza e' importante soprattutto per
parlare con i coloni, ma soprattutto mi ha riempito di gioia perche', anche
se pochi, sono loro la speranza di un futuro di pace, la dimostrazione concreta
della possibilita' di una convivenza pacifica.
Vi ringrazio ancora tutti quanti, perche' mi state dando molto calore e
affetto e date veramente un senso collettivo a questa mia scelta.
Una nota per Giulia: sono con la stessa famiglia a Nablus da cui sei stata
ospite, ti ricordano ancora, ed anche Angelo.
Vi abbraccio
Letizia
Nablus, 12 ottobre 2004-10-25
Oggi e' stata una giornata molto movimentata ed e' andato tutto a rovescio.
Siamo andati a raccogliere olive nello stesso posto di ieri, in due gruppi.
Dopo poco abbiamo visto arrivare i soldati, cosi' alcuni di noi gli sono
andati incontro per evitare che potessero raggiungere un'altra famiglia
che stava raccogliendo al di la' della strada, in zona ipoteticamente non
veitata. C'e' stata una trattativa ma alla fine 4 di noi sono stati arrestati
e stiamo ancora aspettando che vengano rilasciati. Il peggio e' stato che
i soldati hanno raggiunto la famiglia e picchiato il vecchio e arrestato
il giovane. Due di noi sono corse giu' ed hanno tentato di bloccare la jeep
con l'arrestato,ma poi hanno dovuto desistere per l'arrivo di altre jeep
e non sono potute tornre nell'oliveto.
Noi non siamo stati visti ed in 3 siamo rimasti a raccogliere le olive con
le famiglie, in zona meno visibile.
Dopo pranzo pero' abbiamo visto arrivare altri due soldati ed abbiamo trattato
per poter raccogliere tutto e poter andar via. Eravamo in zona non autorizzata
perche’ non si puo' raccogliere a meno di 300 metri dalla strada. Mentre
ci stavamo allontanando scortati dai soldati con tutti i palestinesi, e' arrivato
un altro soldato piu' arrabbiato, ma sembrava che tutto stesse andando per
il meglio. Invece quando siamo arrivati alla jeep altri ci hanno fermato,
sono sopraggiunte altre jeep con 8 soldati ed hanno arrestato 3 giovani
palestinesi. Non siamo stati in grado di fermarli: quando ci si trova dinanzi
a dei soldati armati scatta il meccanismo di obbedienza all'autorita', mentre
dovremmo riuscire ad essere piu' determinati nella resistenza sia attiva
che passiva. Il problema, quando arrestano dei palestinesi, e' che non si
sa cosa possono fargli, picchiarli e trattenerli in prigione per alcuni
giorni o anche dei mesi. Quello che e' incredibile ed insopportabile e'
che tutto questo accade semplicemente per aver cercato di esercitare il
diritto a raccogliere il frutto del proprio lavoro e della propria terra!
Ti rimane addosso un forte senso di frustrazione per non essere riuscita
a fare del mio meglio ed a proteggere queste persone, sfruttando il vantaggio
che noi abbiamo come internazionali, rischiando al massimo di essere arrestati
e deportati.
Quelli che sono qui da piu' tempo ed hanno piu' esperienza delle diverse
situazioni che si presentano sul campo sono capaci di valutare meglio la situazione
e mettere in atto azioni piu' efficaci.
Ieri mattina per esempio ci sono stati dei disordini nel campo di Balata,
2 case sono state occupate dai soldati, cosi' sono intervenuti alcuni internazionali
ed hanno cominciato a negoziare: purtroppo ci sono stati 7 feriti, ma hanno
potuto soccorrere un ragazzo e portarlo all'ambulanza a cui non era permesso
di raggiungerlo. Alla fine i soldati se ne sono andati ed hanno lasciato
le case.
L'altro problema e' che se gli internazionali arrestati vengono deportati
o al meglio riaccompagnati a Gerusalemme, ma senza il permesso di entrare
nuovamente nei Territori occupati, si rimane in pochi ed e' piu' difficile
svolgere il nostro compito, si puo' intervenire in un numero piu' ristretto
di situazioni.
Adesso devo andare, spero che i nostri amici siano stati rilasciati e, a
maggior ragione, che altrettanto avvenga per i palestinesi.
Qualcuno mi ha chiesto se ho un numero di telefono: e' 00972546492814.
Un abbraccio a tutti/e da un posto che potrebbe essere meraviglioso....
Letizia
Nablus, 13 ottobre 2004
Oggi le cose sono andate decisamente meglio.
Innanzi tutto ieri sera i nostrio 4 compagni erano stati rilasciati, con
la condizione di non poter restare a Nablus, ma di potersi muovere nella
parte meridionale della Cisgiordania.
Stamani abbiamo saputo che fortunatamente anche i palestinesi erano stati
rilasciati.
Essendosi il gruppo un po' ristretto e soprattutto con molti privi di esperienza,
abbiamo deciso che per il momento, onde evitare ulteriori rischi, era meglio
fare un unico gruppo, dividendoci i compiti, in modo che ognuno sapesse
esattamente, in caso di necessita', come intervenire (oltre a me che ho
qualche difficolta' con la lingua, sono con noi per un paio di giorni 4
giapponesi che non parlano inglese quasi per niente).
Siamo tornati anche oggi a Salem, ed abbiamo aiutato una famiglia che ha
l'oliveto giusto sotto la strada, in teoria un po' meno a rischio.
Dopo qualche ora che eravamo li' si e' fermata una jeep e ne sono discesi
due soldati: le tre persone deputate alla trattativa sono andate loro incontro
mentre noi altri siamo rimasti con i palestinesi, per cercare eventualmente
che non venissero arrestati o comunque il contatto. Ci hanno detto di lasciare
il posto entro 10 minuti, perche' zona militare in quanto vicina alla strada,
ma i contadini volevano avere almeno un'altra ora a disposizione, olttretutto
domani comincia il Ramadan. Stavamo cercando dunque di guadagnare un po'
di tempo, quando sono arrivati altri soldati, uno molto aggressivo gia'
visto ieri, hanno strattonato e buttato in terra diversi di noi, ma siamo
riusciti a fermarli ed impedire che raggiungessero i palestinesi. Inoltre
hanno preso a calci e disperso tutto il raccolto intimandoci di non portare
via niente. Una parte siamo riusciti a sottrarla alla loro foga ed un'altra
parte siamo tornati indietro dopo a recuperarla (sembrava di giocare a fare
gli indiani, se non fosse stato che la situazione era tragica).
Non aggiungo altro, credo che comprendiate perfettamente l'assurdita' della
situazione.
Un saluto caloroso a tutti
Letizia
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Nablus, 16 ottobre 2004
Rapidissiamente perche’ stanno per chiudere, causa fine digiuno del Ramadan.
Nei giorni scorsi non e' successo niente di particolare, la raccolta a Salem
e' praticamente finita, ieri l'altro non era fatta in zona a rischio, solo
chi ha voluto e' rimasto a dare una mano ai contadini attorno al villaggio.
Io ho preferito restare, anche se questo non e' lo scopo della campagna;
d'altra parte non avevo molto altro da fare e comunque il lavoro manuale
e' una bella cosa, anche se qui raccogliere olive e' un po' piu' faticoso
che in Italia, perche' fa molto caldo e gli alberi sono coperti di polvere
e spinescenti.
Ieri poi era il primo giorno di Ramadan, dunque nessuno nei campi: i non
credenti, come noi, possono mangiare e bere, ma e' opportuno e rispettoso
farlo senza essere visti, assolutamente non per la strada. D'altra parte
sia a Nablus che a Balata l'islamismo ha preso piede in maniera molto forte
e praticamente non c'e' nessuna donna con il capo scoperto, mentre non mi
ricordo di aver notato niente del genere 12 anni fa; sui mezzi pubbici uomini
e donne siedono separati e cose del genere.
Alle 17,15 pero', quando finisce il digiuno, tutti corrono a casa ed e'
festa grande: noi eravamo ospiti della famiglia presso la quale siamo alloggiate
e ieri sera avevano preparato un sacco di piatti deliziosi.
Dimenticavo, l'altra sera siamo andati tutti al bagno turco, prima gli uomini
e poi le donne: bella esperienza!
Oggi infine abbiamo raccolto solo per mezza giornata, in una zona di Salem
vicina all'insediamento colonico: i contadini avevano il permesso ed oltretutto
e' sabato e quindi i coloni, ebrei integralisti, non dovrebbero muoversi,
ma non eravamo sicuri.
Comunque e' andato tutto bene.
Qui chiudono. Baci e abbracci a tutti/e
Letizia
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Nablus, 17 ottobre 2004
Oggi e' una giornata di riposo, in attesa che arrivino quelli che hanno
fatto il training in questo fine settimana a rimpolpare il gruppo: solo
domani andremo a Beit Furik, altro villaggio attorno a Nablus dove fare
la raccolta delle olive.
Dunque avevo programmato con Mohammed, uno dei nostri due coordinatori palestinesi,
di andare a visitare i siti storici ed archeologici di Nablus che sono stati
distrutti durante questa Intifada dall'esercito israeliano e fare qualche
foto, come mi aveva chiesto Stefania. Ma come si sa, qui in Palestina non
si possono fare programmi: infatti quando e' arrivato a prendermi nella
casa dove sono ospitata, era arrivata notizia che c'erano soldati in citta'.
Sono arrivati anche gli altri componenti del nostro gruppo e siamo andati
a vedere cosa stava succedendo. Abbiamo rintracciato le tre jeeps che avevano
stazionato per un po' ad un ingresso della citta', non si sa se perquisendo
una casa, ma stavano andando verso il Campo profughi di Balata. Cosi' abbiamo
preso un taxi e li abbiamo raggiunti. Erano fermi all'ingresso del campo,
poi si sono mossi per andar via, mentre ragazzini tiravano loro pietre da
piu' parti ed i nostri compagni gridavano loro di andar via, che erano
solo ragazzini. Una pietra e' arrivata a segno su un blindato, che si e'
fermato sulla strada, mentre una canna di fucile sporgeva dal retro. All'improvviso
ho sentito uno sparo: un ragazzino di 10-12 anni si era mosso verso di loro,
ma senza tirare pietre, e loro lo hanno colpito allo stomaco. Subito e'
arrivata l'ambulanza e lo ha portatto via, mentre la jeep si e' allontanata.
Fortunatamente dopo abbiamo saputo dall'ospedale che non era niente di grave,
il proiettile era di quelli rivestiti di gomma, che comunque possono essere
letali a seconda di dove colpiscono. Storie di vita quotidiana...
Stiamo aspettando che arrivino i nostri nuovi compagni da Gerusalemme (noi
ci abbiamo messo piu' di tre ore, cambiando 4 o 5 mezzi e facendo lunghi
tratti a piedi e di corsa in prossimita' delle strade dei coloni, dovendo
fare un lungo giro perche' Nablus e' chiusa dal check point e lo si deve
aggirare per entrare da un'altra parte, evitando di essere scoperti).
Appena posso vi mando nuove notizie, non so se mi sara' possibile da Beit
Furik: dormiremo la' perche' c'e' un check point e quindi diventa molto
lungo arrivarci.
A presto
Letizia
Nablus, 20 ottobre 2004
Abbiamo passato gli ultimi due giorni a Beit Furik, un villaggio fuori Nablus.
Una parte degli oliveti sono a ridosso di una settler road, da cui li separa
una rete: subito sopra si trova l'insediamento dei coloni ebrei. Il primo
giorno due jeep hanno stazionato per tutto il tempo fuori del cancello di accesso
alla strada, ma e' andato tutto bene. Abbiamo invece saputo in serata che
i pacifisti israeliani, che stavano aiutando i contadini palestinesi un
po' sopra di noi, hanno avuto dei problemi con i coloni.
Una parte del gruppo, tra cui io, e' rimasta anche a dormire nel villaggio.
Niente di speciale, tranne un incontro fortuito con delle donne che la sera,
mentre camminavamo sulla strada, ci ha chiamati e ci ha fatti entrare in
un cortile dove erano sedute una quarantina di donne, di tutte le eta',
con bambini, che ci hanno accolti con molta curiosita' e calore: erano li'
per una veglia funebre per una vecchia morta due giorni prima, ma anche
se non riuscivamo a comunicare moltissimo, tranne con una che parlava un
po' di inglese, ci hanno trasmesso delle bellissime sensazioni. Nell'Islam
le donne vivono veramente in un mondo a parte, c'e' una forte divisione
sociale tra i sessi, ma in situazioni come questa si rivela anche tutta
la ricchezza di una cultura che stentiamo a comprendere nella sua complessita'
e che spesso giudichiamo con estrema superficialita'.
Anche il giorno dopo e' andato tutto bene: per una parte della giornata
abbiamo lavorato anche insieme agli attivisti israeliani, di Rabbis for
Human Rights, che contestano l'occupazione soprattutto dal punto di vista
della Torah e per l'imbarbarimento che questa produce nella societa'. Uno
di loro mi raccontava quanto sia difficile spiegare ai propri figli che
non devono odiare i palestinesi e che ci sono buoni e cattivi da entrambe le
parti, e la maggioranza sono buoni (un po' le stesse parole che Noah Salameh ci diceva
di usare con i suoi figli, a Betlemme, durante l'occupazione con i carri
armati). Sono due societa' sconvolte ed estremamente impaurite dagli atti
di terrorismo a cui sono sottoposte, sempre sotto la pressione e la paura di vedere i
propri figli uccisi, feriti o, nel migliore dei casi, arrestati.
C'e' stata anche una nota positiva: una jeep si e' fermata ed ha chiamato
qualcuno per parlare. In questo caso il soldato e' stato gentile, ha chiesto
se avevamo problemi con i coloni e se ne e' andato augurando buon lavoro.
Oggi invece, ultimo giorno di raccolta di olive per me, la situazione si
e' totalmente capovolta.
Siamo andati a Deir Al Hattab, altro villaggio in cui e' stato richiesto
il nostro intervento: i contadini non potevano andare negli oliveti vicini
all'insediamento ed alla caserma subito sotto, pur avendo il permesso per
oggi. Li abbiamo accompagnati e subito sono arrivati i soldati, che inizialmente
hanno anche salutato cordialmente in arabo. Ma la mira oggi non era sui
contadini quanto sugli internazionali: infatti hanno detto che i contadini
potevano restare, ma noi dovevamo andarcene al piu' presto (fidarsi?).
Poi pero' hanno visto Mohammed, uno dei nostri coordinatori dell'ISM, hanno
chiesto la Carta d'Identita' e quando hanno visto che proveniva da Balata
Camp gliela hanno sequestrata e volevano portarlo via con loro: a questo
punto c'e' stata la vera e propria "azione diretta nonviolenta" da parte
nostra. Ci siamo interposti tra lui ed i soldati coprendolo con i nostri
corpi: i soldati erano arrabbiatissimi e molto violenti, hanno cominciato
a strattonarci in maniera anche molto brutale, hanno preso qualcuno di noi
per il collo o per i capelli, tirato nasi ed orecchie ed erano particolarmente
infastiditi dalle macchine fotografiche,non volevano prove. Hanno continuato a
olpirci a calci e con la canna del fucile, ma non avevamo alcuna intenzione di lasciargli
Mohammedd e rivolevamo la sua carta di identita'; abbiamo cercato in tutti
i modi di calmarli. Poi, non so come, gliela hanno ridata e ci hanno intimato
di andarcene, che sarebbero tornati a controllare, mentre i contadini potevano
restare. Ce la siamo cavata con qualche graffio ed un po' di contusioni.
La cosa che colpiva e' che erano tutti giovanissimi ma estremamente violenti,
alcuni li avevamo gia' visti nei giorni scorsi.
Una delle difficolta' che avevamo e' che dovevamo proteggere il nostro compagno
palestinese, o cercare di impedire che brutalizzassero gli altri, ma senza
toccarli onde evitare di essere denunciati ed arrestati per resistenza a
pubblico ufficiale.
Come prima impressione, peraltro condivisa anche dai miei compagni, devo
dire che in quei momenti non ti accorgi neanche se ti stanno facendo male,
ti ferisce molto di piu' vedere la violenza esercitata sugli altri. E inoltre
immaginare quanta brutalita' possano esercitare sui palestinesi, se non
si peritano minimamente a scagliarsi contro degli internazionali.
Successivamente siamo stati raggiunti anche da alcuni degli attivisti israeliani
che hanno raccolto alcune testimonianze per inviarle alla stampa.
In serata ci hanno fatto sapere che incredibilmente su alcuni giornali e'
apparsa la notizia che l'esercito era stato attaccato dai pacifisti internazionali...
Ci hanno chiesto di raccogliere un po' di materiale fotografico per ristabilire
la verita' ed inchiodarli alle loro responsabilita', ed e' quello che stiamo
cercando di fare. Non a caso quelli che sono stati colpiti piu' selvaggiamente
sono quelli che cercavano di proteggere le proprie macchine fotografiche
e cineprese: in particolare Gregor, un ragazzo svedese, lo stavano quasi
strozzando per togliergli la macchina, finche' il laccio non si e' rotto,
ma in seguito a colluttazione siamo riusciti a togliere loro la macchina
e lanciarla via.
Bene, e' tutto, devo andare. Inshalla, tutto bene. Domani mi sposto a Gerusalemme
e venerdi' cerchero' di andare a Ramallah.
Ciao a tutti/e.
Letizia
Gerusalemme, 22 ottobre 2004
Sono tornata ieri a Gerusalemme.
L'uscita da Nablus e' molto piu' semplice dell'entrata perche' si puo' passare
dal chek point e non fanno storie, mentre l'ingresso e' spesso precluso
agli internazionali, per cui si deve fare un giro pazzesco, con vari tratti
di corsa a piedi per non essere sorpresi vicino alle settler roads. La nostra
presenza di conseguenza e' praticamente clandestina e quindi anche gli
spostamenti tra i vari villaggi in questi giorni si sono svolti secondo
le stesse modalita': oltre alla convinzione ed alla determinazione a venire
qui ci vuole anche un buon allenamento fisico, su e giu' per le scarpate
sotto un sole cocente.
Il giorno avanti Qusaib ci ha accompagnato a visitare la citta' vecchia,
mostrandoci le distruzioni provocate dall'esercito israeliano durante la
prima invasione nel marzo-aprile 2002: case antiche, una famosa fabbrica
di sapone (attivita' per la quale Nablus era famosa), il suq sono state
distrutte o danneggiate per piegare la resistenza che qui e' stata molto
forte e catturare i guerriglieri. Durante una di queste incursioni una casa
e' stata demolita da un bulldozer, senza consentire agli abitanti di evacuarla:
risultato 8 morti.
Ieri pomeriggio sono andata a trovare nella loro sede i Rabbis for Human
Rights facendomi spiegare un po' le loro attivita', che vanno dalla difesa
dei diritti umani dei palestinesi nei territori occupati, a quelli dei palestinesi
del '48 (quelli rimasti in Israele e con cittadinanza israeliana, ma fortemente
discriminati), a quelli delle fasce emarginate della societa' israeliana,
il tutto improntato e sostenuto dai riferimenti alla legge ebraica, la Torah.
Ho potuto vedere per pochi minuti Dyala Husseini, con cui sono in contatto
da quando e' venuta a trovarci a Viareggio 2 anni fa: mi e' parsa molto
scoraggiata e mi ha raccontato di quanto tutti siano molto depressi per
la situazione attuale e di come a causa di cio' da qualche anno a questa
parte i comportamenti dei ragazzi siano diventati sempre piu' violenti,
a causa della disperazione e della mancanza di prospettive per il futuro.
D'altra parte la cosa si puo' facilmente intuire semplicemente vedendo
alcuni tratti del muro in costruzione lungo la strada per Ramallah, ad Al
Ram, molto vicino a Gerusalemme, che ancora non e' niente rispetto a quello
gia' costruito ad esempio attorno a Qualchilia, che la cinge quasi completamente,
rinchiudendo tutta la popolazione in una prigione a cielo aperto. Domani
ho intenzione di fare un salto al quartiere esterno di Abu Dis, che e' rimasto
completamente tagliato fuori grazie ad un muro alto 9 metri.
Oggi a Ramallah ho incontrato Khaled Quzman, l'avvocato di Defence for Children
- Palestina, che segue i ragazzi palestinesi rinchiusi nelle prigioni israeliane.
Anche in questo caso la situazione, con la sfilza di abusi e violazione
dei diritti umani ed in particolare di quelli dell'infanzia, si e' ulteriormente
aggravata: ci sono piu' minori in carcere e vengono condannati a pene sempre
piu' severe (uno di loro , che era stato condannato a 25 anni, ha avuto
l'ergastolo in seguito all'appello). E' aumentato anche il numero delle
bambine in carcere, adesso sono 14. Nella maggior parte dei casi vengono
arrestati e condannati anche senza aver compiuto realmente alcun reato,
ma solo perche' sospettati o per aver dichiarato di volerlo compiere. D'altra
parte il giudizio viene espresso da una Corte Militare e non da un Tribunale
civile, quindi vi potete facilmente immaginare.
Bene, vi faro' sapere di piu' al mio ritorno, visto che mi avete seguita
con tanta attenzione ed affetto, condividendo i miei racconti anche con
altri. Spero che questo abbia almeno gettato un seme e che possa di conseguenza
esserci una maggiore attenzione ed un maggiore impegno da parte di tutti
alla ricerca della verita' e per una soluzione pacifica a partire dal riconoscimento
del diritto di ogni popolo a vivere sulla propria terra in piena autonomia
e liberta'.
Al momento della partenza e' ancora piu' forte questa sensazione che abbiamo
avuto per tutti questi giorni: gli internazionali come me possono anche
condividere per un po' le condizioni di vita del popolo palestinese, ma
c'e una profonda differenza tra noi e loro: noi possiamo muoverci liberamente
e decidere quando andarcene, loro no.
Un saluto affettuoso di pace a tutti/e dalla terra promessa ( a chi?)
Letizia
Viareggio, 24 ottobre, 2004
Ciao a tutti/e,
ieri sono tornata in Italia ed ora sono di nuovo a Viareggio.
Vi invio la mia ultima e-mail, per raccontarvi le mie ultime esperienze
in Palestina ed Israele.
Ieri mi sono alzata di buon mattino per fare un salto ad Abu Dis, sobborgo
periferico di Gerusalemme, a 3-4 Km dalla città vecchia, e vedere il Muro.
E’ una cosa impressionante, alto 8-9 metri, vera manifestazione della follia
a cui l’uomo può arrivare. Le auto non arrivano più in città, proseguono
sulla strada lungo il muro e tornano verso Gerusalemme. In alcuni punti,
dove non è ancora completato ed è alto circa 3 metri, la gente si ingegna
per scavalcarlo per andare a scuola o al lavoro E quando sarà finito?
Un intero sobborgo di Gerusalemme, che per le attività economiche e sociali
è ad essa intimamente legato e dipendente, sarà costretto a gravitare su
Gerico, unica strada di accesso, o a raggiungere la città attraverso un
percorso lunghissimo.
Mi viene quasi da piangere: lo costeggio e ricopio i messaggi che vi sono
stati scritti in più lingue, sicuramente durante una manifestazione di protesta.
Tra le più significative: “dal Ghetto di Varsavia al Ghetto di Abu Dis”
e una citazione da Giosuè sul crollo delle mura di Gerico.
Un’altra manifestazione di follia e paranoia mi aspettava all’aereoporto
di Tel Aviv, dove i bagagli mi sono stati vuotati e rovistati per ben due
volte e mi hanno interrogato per quasi due ore. Il fatto è che di sabato,
festa religiosa, i normali servizi per l’aereoporto non funzionano ed ho
dovuto prendere un pulmino palestinese che andava a Tel Aviv chiedendo di
essere portata all’aereoporto, dove però non ti scendono davanti all’entrata,
ma prima del check point. Non mi sembrava fosse un grosso problema, visto
che dista pochi minuti, ma quando mi ha vista arrivare a piedi, con tutti
i bagagli, l’agente della sicurezza non si capacitava da dove fossi comparsa
(forse dalla Luna?). Dopo un primo interrogatorio e svuotamento del bagaglio,
è arrivata una macchina dell’Airport Security con due armati (ancora altre
domande), che mi ha portato all’ingresso, dove uno con occhialoni neri mi
ha interrogato nuovamente sul mio soggiorno, volendo vedere la guida e chiedendo
come avessi fatto a sapere di posti come Haifa o il Mar Morto (!), quindi
mi fa entrare e mi consegna a due donne, di cui una è un energumeno indisponente,
e qui si continua con domande assurde sui luoghi dove dico di essere stata,
non solo il nome degli alberghi, ma anche del gestore, ed il nome dell’autista
che mi ha condotto qui, le ricevute e i depliant. Tra le chicche, quando
dico che sono un’impiegata statale, vogliono sapere per filo e per segno
in cosa consista il mio lavoro, se per caso sono andata a trovare altri
impiegati per sapere come lavorano loro (!), se ho con me il tesserino di
riconoscimento(!!!) Infine non piace che viaggi con Lufthansa, anche se
cerco ripetutamente di spiegare che per me è più comodo partire da Firenze.
Più varie altre domande sulla vita privata.
Ora, capisco l’importanza della sicurezza per prevenire gli attentati terroristici,
ma cosa c’entrano tutte queste domande? Oltretutto avevo con me delle pubblicazioni
che avevo preso a Ramallah da Defence for Children, o dai Rabbis for Human
Rights, il che poteva far presumere che fossi una turista particolare, ma
quelle non le hanno neanche guardate!
Alla fine il bagaglio è stato fatto passare da un mostruoso macchinario
a raggi X che lo espelle come fosse un tappo di champagne, e poi nuovamente
vuotato e meticolosamente ispezionato da due ragazzine di non più di 18
anni, che sono state giustamente insospettite da un barattolo di tahina
sigillato e lo hanno voluto aprire, con il rischio che poi mi si versasse
nel bagaglio. Quindi perquisizione personale e alla fine, scortata dalle
due gentil donzelle e piena di bollini rossi da tutte le parti, anche sulla
maglia, peggio di un appestato, fatta entrare al controllo passaporti e
poi al gate. Alla fine di tutta questa trafila ero spossata ed indispettita
allo stesso tempo, sentendomi violentata per l’intrusione forzata nella
mia vita e nei miei effetti personali e trattata come una criminale senza
alcun motivo. Ma questo è il prezzo che si deve pagare se si vuole venire
in Palestina, noi, uomini e donne libere che almeno abbiamo un posto dove
andare!
Bene, per me l’avventura è finita, anche se il mio cuore e i miei pensieri
sono sempre là.
Grazie per avermi seguita con affetto ed interesse ed aver dato ancora più
senso a questa esperienza!
Salam/shalom
Letizia