Il mio primo viaggio ad agosto è stata un'esperienza più che positiva.
I piccoli nèi qui e là si prendono più spazio, nella relazione, di quello che hanno occcupato.
Attendo con impazienza la mia prossima partenza, chissà quando, e con impazienza attendo la mia forse prima ospite, che a giorni mi deve confermare o meno la sua venuta.
Scelgo EDIRNE, una cittadina al confine turco-greco-bulgaro, perché è piccola e non turistica.
La ragazza che mi ospita, mia coetanea di 34 anni, è molto carina e disponibile.
Stiamo nella casa con sua madre poiché la sua è in ristrutturazione.
La madre è una persona davvero deliziosa. Non parla una parola in lingua diversa dal turco ma, non so come, ci capiamo. Prepara per la prima sera una cena con peperoni, melanzane, riso, carne ecc. che sarà l’unica cena in casa, nei due giorni seguenti pranzeremo e ceneremo fuori, sempre lottando all’ultimo sangue su chi paga il conto (ti ho invitato io e pago io, sei mio ospite e pago io, pago io perché mi fa piacere ecc.).
La casa è molto ben tenuta, ho una camera per me che è quella della ragazza quando viveva con i genitori.
Essendo titolare di una farmacia, ha gli orari molto flessibile e questo ci permette di trascorrere moltissimo tempo assieme in giro per la cittadina.
Parla bene l’inglese, ama camminare come me, ed è musulmana, molto credente ma anche molto aperta; la combinazione di questi tre elementi fanno sì che si passino i tre giorni vagabondando ovunque, chiacchierando veramente di tutto e soprattutto di temi sociali e religiosi (fondamentalismo, diritti umani, maschilismo nell’islam ecc.) con grande facilità, intelligenza, senza pedanteria né slogan o preconcetti.
Andiamo assieme in moschea due o tre volte, mi spiega tutto quello che a me interessa sapere.
Il secondo giorno facciamo un pic-nic sul fiume con amici e famigliari che ci tiene a presentarmi, tutti molto gentili, ospitali, cordiali nonostante il gap linguistico; solo i più giovani spiaccicano qualche parola in simil-inglese.
Il terzo giorno, grazie ad un ragazzo zingaro rumeno che lavora con lei alla farmacia, veniamo invitati ad un matrimonio zingaro alla periferia di Edrine.
La comunità di zingari rumeni della Tracia è molto forte e radicata sul territorio; questi di Edirne sono in parte stanziali, come il ragazzo nostro conoscente, e hanno grandi tradizioni culturali (rituali, musicali ecc.) in questa zona. Il matrimonio è indescrivibile!
Io e la mia ospitante siamo gli unici non zingari fra un duecento persone circa; ciononostante non ci sentiamo a disagio: alcuni ci guadano con curiosità (credevano fossimo giornalisti), gli altri per lo più ci ignorano… una situazione molto più “normale” di quanto ci si sarebbe aspettati.
Alla fine (fuochi d’artificio, danze, lancio di banconote ecc.) veniamo invitati a casa del ragazzo per la presentazione ad amici parenti e quant’altro (in cucina siamo in tredici): come da copione grandissima ospitalità e attenzioni culinarie…
Lascio Edrine dopo aver ringraziato le ospitanti. Regalo una scatola di dolci al pistacchio e miele alla madre che ci ha ospitato e mi faccio dare l’indirizzo di posta per inviare a lei dei cd di musica tradizionale dall’Italia che mi ha detto che le sarebbero interessati.
A IZMIR sono ospite di un ragazzo di 36 anni che vive nella parte nuova della città.
La casa è molto bella e accogliente. Lui una persona deliziosa e io sono il suo primo ospite Servas.
Ci incontriamo la sera in un bar per bere qualcosa assieme e quasi subito ci raggiunge un’amica da lui invitata. Tutti e tre chiacchieriamo molto allegramente fino a quando è ormai molto tardi.
I giorni a seguire ho avuto a disposizione le chiavi di casa poiché il padrone di casa lavorava fuori Izmir e rincasava tardi la sera. Suo malgrado (avremmo entrambi voluto passare molto tempo assieme perché ci siamo trovati in sintonia) ci si può solo trovare la sera dopo il lavoro, per cui ne approfittiamo il più possibile. La seconda sera usciamo con i suoi compagni di tango, la terza sera ci tiene moltissimo a presentarmi ai suoi. La cena, capisco, è quella delle grandi occasioni; i genitori sono persone splendide “disperate” più per il celibato del figlio che non per il fatto che non sia “particolarmente” musulmano. Molto molto ospitali. Regalo un mazzo di fiori alla madre che ne è quasi commossa, poi usciamo a bere una birra io e lui.
Anche qui vale la lotta dura al momento di pagare i conti del bar.
Giornate molto positive nonostante il poco tempo trascorso assieme (ma comunque, pur dovendosi alzare all’alba, si sono fatte le ore piccole tutte le sere. Diceva “dormirò settimana prossima, per ora mi fa piacere star qui a chiacchierare…”).
Un ottimo ricordo, ogni tanto ci scriviamo.
Passaggio dal mare a DIDIM, vado ospite di una ragazza di 28 anni che ha riposto a luglio alla mia mail.
Già dall’incontro agli autobus capisco che non ci sarà gran dialogo tra noi.
Nonostante parli bene l’inglese, risponde a monosillabi e non mi chiede nulla, non fosse altro per educazione, se proprio non ne ha la curiosità.
Arriviamo alla casa e le uniche due frasi compiute sono:
- voglio tornare in Germania, qui mi fa c###, non c’è un c###
e
- faccio il giro largo perché questa è una strada di m###
Io penso che saranno giorni impegnativi.
A casa c’è il padre con cui divide la casa al mare. È seduto in poltrona a leggere il giornale, risponde con un cenno del capo al mio saluto ed è quasi infastidito dal dover tendere la sua mano verso la mia, che gliela sto tendendo.
Lei prende la mia lettera di presentazione e, con fare ironico mi dice
“ah, sì? ma cosa significa questo? e cosa intendi con quest’altro? ah, davvero?”
Porto la mia roba in camera e dalla sala mi urla: “se vuoi vai pure in spiaggia, io non vengo non sto bene o forse dormo, non so insomma magari ci vediamo stasera”.
Passo il tempo al mare godendomelo e dimenticandomi di loro.
Al mio ritorno sono in veranda, padre e figlia. Stanno giocando a backgammon e parlando in turco.
Il padre NON mi saluta. Mi siedo con loro. Continuano a parlare in turco senza degnarmi della minima attenzione. Finiscono la partita e ne iniziano un’altra. Ad un certo punti lui si alza, va in casa e prende una birra e UN bicchiere e si mette a bere, senza offrire, chiaramente…
Ora di cena: mi offro di preparare assieme a lei un primo e un secondo.
Il padre è seduto in poltrona con un’altra birra. Sbraita contro la televisione e impartisce ordini alla figlia, la tratta veramente male, devo trattenermi perché alla fin fine la famiglia è la loro, ma è davvero fastidioso.
Finito con le patate e i pomodori chiedo in cosa posso essere utile e lei mi risponde: c’è da pulire il pavimento della veranda, sai, mio padre non ha voglia di farlo. Predo scopettone e straccio ed obbedisco.
Una volta a tavola (lui si lamenta sul cibo caldo freddo salato troppo troppo poco ecc.) tenta di instaurare una discussione politica con la traduzione della figlia.
“Sei comunista? Sei fascista? Sei verde? Voti Berlusconi? Cosa voti? Stai con D’Alema? Quello che non vuole far entrare la Turchia in Europa?” e via dicendo. Il tono è brutto è insinuante, non certo di chi veramente vuole scambiare opinioni e discutere civilmente, per cui lascio cadere la raffica di domande provocatorie in un “ho i miei valori, le cose in cui credo e le cose in cui non credo, come il razzismo, il selvaggio liberismo, il fondamentalismo religioso da qualsiasi parte arrivi, non mi interessano i partiti di cui ho in generale, una pessima opinione, comunque non sono fascista né voto Berlusconi. Essendo in vacanza non sono al corrente delle ultime dichiarazioni di questo o quel leader politico che peraltro non mi rappresenta. Ma comunque suppongo che se D’Alema è contrario all’ingresso della Turchia in Europa avrà i suoi motivi, che possono essere giusti o sbagliati, ma che, non conoscendo, non posso commentare”.
Lui risponde qualcosa che lei non traduce, rutta sonoramente e apre per sé un’altra birra.
Dopo aver sparecchiato le dico: domattina partirò molto presto, ho deciso che vado a farmi un giro a Bursa; forse starai ancora dormendo per cui ti saluto ora. Grazie molte dell’ospitalità e buona fortuna.
E così è. L’indomani, all’alba, aspettando l’autobus mi chiedo: ma chi li obbliga ad ospitare in casa della gente?
Cambio improvviso di programma per problemi di orari autobus ecc., decido di anticipare di un giorno la mia salita a ISTANBUL.
Provo così a contattare alcuni ospitanti Servas scusandomi per la richiesta dell’ultima ora (solo due giorni prima), chiedendo ospitalità per una sola notte e, se fa loro piacere salvo impegni, qualche ora da trascorrere assieme.
Il primo che mi risponde è un ragazzo sulla trentina che abita sulla parte occidentale della città.
Mi risponde praticamente subito via sms. Dice che non c’è problema e mi da’ le coordinate per incontrarci da lì a due giorni. Accetto.
Ci incontriamo ad una stazione degli autobus e, dopo aver mangiato un panino sulla strada, andiamo verso casa intraprendendo un viaggio nel traffico pomeridiano di Istanbul che ci invita a varie soste (lungomare, bar, casa di amici suoi che però non ci sono, tre o quattro soste in locali per motivi di lavoro visto che si occupa di “eventi e comunicazione” o qualcosa del genere ecc.) si fa sera.
La casa dove stiamo è in realtà di un suo amico che è via. Molto chic e occidentale.
Se per ospitalità si intende mettere a disposizione gli spazi, i servizi e le risorse (corrente elettrica, acqua corrente, un letto ecc.) allora non posso dire nulla di male sull’ospitante, considerando anche il fatto che la mia richiesta è arrivata all’ultimo momento ed è stata da lui subito raccolta e soddisfatta.
Se con lo stesso termine invece intendiamo anche condivisione, socialità, interazione, ospitare oltre alla persona fisica anche ciò che questa persona ci può offrire ed ha piacere di ricevere in fatto di vissuto, esperienza, punti di vista ecc. non saprei che giudizio dare, visto che per tutto il tempo, dal pomeriggio all’ora di andare a dormire, è stato collegato contemporaneamente ad tre di chat su internet, posta elettronica, due cellulari sempre squillanti, sms eccetera…
Alla fine posso solo ringraziarlo della ospitalità nel primo senso del termine. Non ho avuto la possibilità di conoscerlo. Un esperienza utile e formativa in ogni caso, non fosse altro che per entrare in contatto con un altro tipo di “giovane turco”: metropolitano, occidentalizzato, quasi rampante, con una fretta quasi milanese.
Conoscere è anche questo, non sempre né necessariamente incontrarsi su sensibilità, interessi, ritmi comuni.
E chiedersi: sono anch’io così?
Cristiano - Milano
Notizia inserita il: 11-09-07 Creata da: Marco STOPPA [2428]
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